I Forconi e la pagliuzza
La protesta dei Forconi in Sicilia ha creato in pochi giorni così tanti disagi che sarà difficile dimenticarla. Negli anni passati si erano già svolti blocchi di questo genere. Qualcuno ad esempio ricorderà quando nel 2000 gli autotrasportatori misero in ginocchio l’intera isola protestando per settimane. Eppure, nonostante la lunga durata, gli effetti non furono pesanti come quelli del blocco di qualche giorno fa. Di benzina ce n’era poca, ma qualche autocisterna ogni tanto passava e il problema, sul lungo termine, riguardò più la merce nei supermercati che il carburante.
Stavolta invece è stata adottata la linea massimalista. E così la Sicilia si è fermata. Per la prima volta la protesta degli autotrasportatori ha avuto ripercussioni su tutti i cittadini, portando di conseguenza ognuno di noi a chiedersi: ma questi qui cos’è che vogliono?
Giornali, internet e tv hanno fornito un quadro abbastanza esauriente delle ragioni del movimento: stipendi bassi dovuti a tasse troppo alte, carburante e pedaggi che costano sempre di più.
In effetti le ragioni c’erano tutte. Peccato che la modalità di protesta non sia stata molto furba, visto che ha creato enormi danni alle piccole imprese siciliane in un periodo non proprio florido. Ma alle guerre fra poveri siamo abituati, quindi sorvoleremo.
Sorvoliamo anche su certi personaggi non proprio limpidi che hanno guidato la rivolta. Così come sorvoliamo sull’appoggio da parte di Forza Nuova e di Scilipoti e sugli ammiccamenti con la Lega.
Quello su cui non ci riesce proprio di sorvolare è l’incoerenza di fondo tra le ragioni (sacrosante, ribadiamolo) della protesta e la scelta deliberata di non proferire parola riguardo a quella che dovrebbe essere LA ragione della protesta in Sicilia e in tutto il sud Italia.
Qualunque siciliano dotato di un minimo di spirito critico, ascoltando le motivazioni dei Forconi, si sarà chiesto perché di mafia proprio non si vuole parlare.
Da Napoli in giù, è cosa ormai cosa nota, il trasporto di ortofrutta su gomma è gestito da un cartello formato da cosa nostra e casalesi. I recenti arresti tra Sicilia e Campania ne danno un’ulteriore conferma, specie se sommati ai sessanta dell’anno scorso.
Questo cartello controlla tutta l’ortofrutta che si muove tra Sicilia e Campania, decidendone le tariffe di trasporto. La merce viene affidata a ditte gestite da o per corto della mafia e, in misura minore, ai piccoli trasportatori, che sono costretti a pagare una provvigione sulla merce trasportata. Questa situazione, manco a dirlo, incide pesantemente sui costi dei trasporti, facendoli lievitare vertiginosamente. Per i piccoli trasportatori è assolutamente impensabile violare tale cartello, rischiando, bene che vada, gravi ritorsioni. Chi ci ha provato è stato costretto a demordere.
A questo punto non ce ne vogliano gli autotrasportatori se guardiamo alla loro protesta con un certo scetticismo. Qualcosa ci spinge a pensare che fra le loro denunce venga omessa una buona parte di verità. Certamente il pedaggio sempre più alto e le accise sulla benzina hanno il loro peso. Ma il controllo della mafia sul trasporto delle merci ha un’incidenza enorme, forse anche superiore a quella delle varie imposte. E allora perché non approfittare di un momento del genere per ribellarsi a questo stato di cose?
Durante la protesta alcuni parlavano di rivoluzione, altri di Vespri del terzo millennio. A noi piace l’idea che il popolo siciliano sia ancora in grado di esprimere il proprio dissenso scendendo in strada a manifestare, a patto che lo faccia abbandonando quella peculiarità che spesso lo contraddistingue: l’omertà. Ahinoi, dobbiamo invece constatare che arrecare disturbo a cosa nostra non è fra le intenzioni dei Forconi.
Insomma, gli autotrasportatori siciliani, quando si tratta di essere vessati dalla mafia, chinano il capo remissivi, ma se sale il prezzo del carburante ecco che esplode la rivolta.
Fa rabbia, da siciliani, veder puntare il dito soltanto contro le scelte sbagliate del governo, continuando a mantenersi riverenti nei confronti di cosa nostra. E viene da pensare che dietro a tanta veemenza nel protestare contro governo e istituzioni, in molti casi si celi la frustrazione derivata dalla continua sottomissione allo strapotere della mafia. O, ancora peggio, che la mafia stia proprio dentro la protesta, come ha più volte affermato il presidente regionale di Confindustria Ivan lo bello, e la manovri per fare i propri interessi. E le conferme in questo senso non sono mancate. “Che ci fa – si chiedeva qualche giorno fa Claudio Fava – Vincenzo Ercolano, figlio di Pippo Ercolano e nipote di Nitto Santapaola, alla conferenza stampa del movimento dei Forconi?”
Lasciamo a voi le dovute riflessioni.
Intanto l’accordo è stato raggiunto e la protesta è cessata. Per i Forconi sarà anche stata una vittoria, per i siciliani ha rappresentato l’ennesima sconfitta.
Fabrizio Arena


